Ancora su derivate e integrali
Nella scheda
l'integrazione
abbiamo introdotto il concetto di "integrazione" e abbiamo messo a fuoco la sua sostanziale equivalenza
a quello di "antiderivazione". In questa scheda prima svolgeremo alcune considerazioni storiche sulla derivazione e l'integrazione, affrontabili in tutti i tipi di scuola.
Poi approfondiremo la discussione di alcune difficoltà dell'integrazione, con riferimenti ad alcuni particolari insiemi di funzioni.
Le origini del concetto di integrazione sono molto antiche. Vari metodi per il calcolo esatto di aree di particolari figure a contorno curvilineo basati sulla loro approssimazione mediante figure poligonali erano già note alcuni secoli a.C. (Eudosso, Archimede, ). Furono poi estese ad altre figure, grazie ad una prima introduzione delle coordinate, da Oresme, intorno al 1350 e, successivamente, da altri studiosi, tra cui Galileo, Torricelli e Cavalieri (sono tutte persone che non erano dei matematici di professione, ma si occupavano di filosofia, tecnica, economia, scienze, arte, : la matematica come disciplina autonoma risale al XIX secolo).
L'idea del concetto di derivazione risale invece a Galileo Galilei, che mise a punto, attorno al 1600, le leggi matematiche che descrivono il movimento di un oggetto in caduta libera e il legame tra accelerazione, velocità e posizione dell'oggetto in funzione del tempo trascorso. La formalizzazione del concetto di derivata, e la scoperta della formula fondamentale del calcolo, sono dovute, intorno al 1670, più o meno contemporaneamente, a Newton e Leibniz.
L'area della matematica che si occupa dello studio delle proprietà e delle applicazioni del concetto di derivata si chiama calcolo differenziale. L'area più generale che si occupa delle funzioni, del concetto di limite e degli altri concetti ad esso collegati (oltre alle derivate, i metodi per calcolare lunghezze, aree e volumi di figure definite mediante funzioni od equazioni, le proprietà delle funzioni continue, ) viene chiamata analisi matematica. Spesso l'aggettivo analitico, in matematica, viene usato per indicare metodi in cui un oggetto o una proprietà viene studiata usando tecniche di analisi matematica. In particolare lo studio delle figure mediante il ricorso alle funzioni od equazioni che le hanno per grafici viene a volte chiamato geometria analitica (è una terminologia introdotta nei primi anni del XIX secolo per distinguerla dall'approccio alla geometria allora più diffuso, in cui lo studio delle figure era basato su metodi, più direttamente legati alla immediata intuizione fisica, che non ricorrevano ai numeri reali e alle funzioni).
L'integrazione di alcune classi di funzioni
Se derivo o integro una funzione polinomiale ottengo ancora una funzione polinomiale.
Ad es. se
Consideriamo le cosiddette funzioni razionali, ossia esprimibili cone rapporto tra due funzioni polinomiali. La derivata
di una di esse è ancora una funzione razionale, come conseguenza immediata delle regola per la derivazione del rapporto di due funzioni.
Ma l'integrazione di una funzione razionale non è detto che sia tale. Ad esempio l'integrale rispetto ad x di 1/x è log(x), o log(−x), che non sono
razionali.
[In qualche libro di testo le funzioni razionali che sono rapporto tra due funzioni polinomiali di primo grado vengono chiamate
(a sproposito, e, a questo livello, in modo non comprensibile) funzioni omografiche.
Il termine corretto è trasformazione lineare fratta (linear fractional transformation, in sigla LFT). Le omografie si occupano di
questioni più generali, che qui non possiamo trattare]
Di fronte a una funzione espressa mediante una formula usuale siamo sempre in grado di esprimerne mediante
una formula la derivata e l'integrale? Dobbiamo precisare che cosa intendiamo per "formula usuale":
se chiamiamo funzioni elementari le funzioni ottenibili mediante successive composizioni di funzioni polinomiali,
di elevamento a potenza, esponenziali, logaritmiche, circolari e circolari inverse, la risposta è positiva per la derivazione
(abbiamo visto tutti i procedimenti per derivare una funzione elementare ottenendo una funzione elementare), ma è
negativa per l'integrazione.
Ad es. so che
d (1/√(x4+1) / dx = −2x3/√((x4+1)3); infatti
la composizione di x → u =
Un altro esempio: di fronte a F(x) = ex2
- che sta per e^(x^2) ovvero exp(x²) -
so che F'(x) = 2x ex2
ma non riesco a trovare alcuna funzione elementare la cui derivata sia
Nota. In altre parole, le funzioni elementari non sono altro che le F tali che
Un esempio di funzione non elementare che studierai è la funzione di ripartizione della gaussiana.
Un altro esempio è la funzione
Si parla anche di funzioni
algebriche per indicare quelle ottenibili
componendo funzioni razionali ed estrazioni di radici (non solo quadrate), e, più in generale, ogni funzione
che sia esprimibile come soluzione di una equazione polinomiale (come la funzione F dell'esempio seguente).
Ad esempio y = (x - 1)2/3+ k, che equivale a y = 3√((x - 1)2) + k, esprime y come funzione algebrica di x, mentre

Si parla anche di funzioni trascendenti per indicare le funzioni non algebriche. Sono tali, ad esempio, le funzioni trigonometriche e le esponenziali.
Il software di calcolo simbolico ogni tanto esprime gli integrali usando simboli di funzione come sinh e cosh. Queste funzioni sono chiamate rispettivamente seno iperbolico e coseno iperbolico in quanto, in modo abbastanza simile alle funzioni seno e coseno, hanno la caratteristica che D(sinh) = cosh e D(cosh)= sinh. Inoltre, così come la curva x=cos(t), y=sin(t) al variare di t è un cerchio, così la curva x=cosh(t), y=sinh(t) al variare di t è un ramo di iperbole avente le bisettrici dei quadranti come asintoti. Si ha che sinh(x) = (exp(x)-exp(-x))/2 e che cosh(x) = (exp(x)+exp(-x))/2. Vedi qui.
Su alcune particolari tecniche che possono essere utili
per calcolare alcuni integrali si tornerà alla voce
calcolo di integrali.
Numeri
trascendenti
Gli aggettivi trascendente e algebrico sono usati, in matematica, anche con altri significati, che val
la pena di richiamare:
si dice (circa dal 1750) trascendente un numero (reale o complesso) che non è soluzione di alcuna
equazione polinomiale a coefficienti interi; si dice algebrico un numero (reale o complesso) che non è
trascendente, ovvero che è soluzione di qualche equazione polinomiale a coefficienti interi.
Si può provare che π e che e, oltre ad essere irrazionali,
sono trascendenti. Le dimostrazioni sono recenti, rispettivamente
del 1882 e del 1873. Tuttora vi sono molti numeri che si sanno esprimere mediante gli
usuali simboli funzionali e che non si sa se siano trascendenti o no (ve ne sono anche che non
si sa neanche se siano irrazionali o no: vedi).
Per citare
due esempi, ricordiamo che si è dimostrato solo, rispettivamente, nel 1979 e nel 2003
che
Osserviamo, per finire, che la terminologia con cui vengono classificati i numeri e le
funzioni ha un'origine storica, legata a un periodo in cui le conoscenze e gli usi della matematica era
molto limitati rispetto agli attuali, e non deve essere confusa con i significati che "elementare",
"trascendente",
hanno in altri ambiti. Ricordiamo, per esempio, i numeri non trascendenti ora richiamati e la funzione fattoriale che non è
una funzione elementare.